di Claudia GIBILISCO
Le nuove criticità legate all’attività dell’Etna riaccendono una domanda che in Sicilia torna puntualmente: siamo davvero preparati a gestire le emergenze aeroportuali?
L’Etna fa ancora una volta sentire la sua presenza e, inevitabilmente, tornano le difficoltà per il traffico aereo. Voli cancellati, ritardi, passeggeri costretti a modificare i propri programmi e famiglie che attendono notizie sugli arrivi o sulle partenze.
Nulla di nuovo, purtroppo.
Ed è proprio questo il punto.
Che l’Etna sia un vulcano attivo e che la sua attività possa condizionare lo spazio aereo non è una novità. È una realtà con la quale la Sicilia convive da sempre. Ma dopo un’estate nella quale le emergenze legate all’aeroporto di Catania hanno mostrato quanto sia fragile il sistema quando qualcosa si inceppa, sarebbe stato lecito aspettarsi una macchina organizzativa ancora più collaudata.
Invece, ogni volta che il Vulcano torna a creare problemi, si ha la sensazione di ripartire quasi da capo.
E così anche un viaggio programmato da mesi può trasformarsi in un’incognita. Chi deve partire si chiede se riuscirà a decollare. Chi deve andare a prendere un familiare non sa se l’aereo arriverà, a che ora e, soprattutto, se arriverà a Catania. Una condizione che riguarda non soltanto i turisti, ma soprattutto i siciliani: studenti, lavoratori, famiglie, persone che devono raggiungere ospedali o affrontare viaggi per motivi personali e professionali.
Le alternative esistono, ma devono funzionare davvero.
La Sicilia, almeno sulla carta, dispone di una possibilità importante: non affidare tutto a un solo scalo.
Gli aeroporti di Comiso e Palermo possono rappresentare una rete di sicurezza quando Catania non è pienamente operativo. Ma perché questa alternativa sia realmente utilizzabile, non basta che gli aeroporti esistano. Occorre che siano collegati tra loro in maniera rapida, frequente e soprattutto compatibile con gli orari dei voli.
Ed è qui che emerge una delle principali fragilità.
Quando un volo viene dirottato o cancellato, il passeggero non ha bisogno semplicemente di sapere che esiste un altro aeroporto. Ha bisogno di sapere come raggiungerlo.
Treno e autobus, in molte situazioni, non riescono a garantire una copertura adeguata rispetto agli orari degli aerei. Le coincidenze possono diventare troppo lunghe, alcune fasce orarie sono scarsamente servite e, in caso di emergenza, anche poche ore possono fare la differenza.
Rimane allora l’automobile.
Ma anche questa soluzione non è alla portata di tutti. Nei momenti di maggiore richiesta, il costo di un’auto a noleggio può diventare proibitivo, arrivando in determinate situazioni a cifre che possono sfiorare o superare migliaia di euro per più giorni di noleggio, tra tariffa, disponibilità e condizioni applicate.
Il risultato è paradossale: l’alternativa all’aereo esiste, ma spesso non è concretamente accessibile.
Non possiamo chiedere al Vulcano di cambiare.
Nessuno può pretendere che l’Etna smetta di fare l’Etna.
Quello che possiamo chiedere, invece, è che le istituzioni e gli operatori coinvolti imparino a gestire meglio una situazione che, per quanto straordinaria, non può più essere considerata completamente inattesa.
Ogni eruzione, ogni emissione di cenere, ogni limitazione dello spazio aereo può avere caratteristiche diverse. Ma le conseguenze sulla mobilità sono ormai conosciute.
Per questo sarebbe necessario costruire una vera rete aeroportuale regionale dell’emergenza, nella quale Catania, Comiso e Palermo non siano semplicemente tre aeroporti distinti, ma tre nodi di un sistema capace di sostenere il traffico quando uno degli scali entra in difficoltà.
Servirebbero collegamenti straordinari già programmabili, bus dedicati attivabili rapidamente, servizi ferroviari coordinati, informazioni unificate e procedure chiare per accompagnare il passeggero dal momento della cancellazione fino alla sua destinazione.
Perché l’emergenza non finisce quando un aereo viene dirottato.
La domanda che resta.
La vera domanda, allora, non è se l’Etna possa nuovamente condizionare il traffico aereo.
Sappiamo già che può accadere.
La domanda è un’altra: quanto siamo preparati noi quando accade?
Dopo le difficoltà vissute questa estate, sarebbe importante che ogni nuova emergenza non venisse affrontata soltanto come un episodio da superare, ma diventasse un’occasione per correggere ciò che non ha funzionato.
Perché non è normale che ogni volta che dobbiamo partire, o che un figlio, un genitore o un familiare debba arrivare in Sicilia, dobbiamo mettere in conto anche la possibilità che un’eruzione dell’Etna faccia saltare i nostri programmi.
Il Vulcano non si può governare.
La mobilità, invece, sì.
E forse è proprio da qui che dovrebbe partire la prossima sfida: fare in modo che l’Etna possa continuare a essere ciò che è, senza che ogni sua fase di attività si trasformi automaticamente in un problema per migliaia di persone.
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