Un silenzio carico di emozione e lunghi applausi. È stata una presentazione che è andata oltre la presentazione, quella di oggi a Siracusa per il libro “L’uomo che parlava con il bambino” di Angelo Di Tommaso, direttore di Siracusa Next24.

L’autore ha aperto il suo discorso ufficiale con un ringraziamento sincero alla Città di Siracusa, al Sindaco Francesco Italia e al vice Sindaco Edy Bandiera, per la sensibilità e l’ospitalità in una splendida sala, cornice ideale per questo dialogo.
Un pensiero speciale è andato a Siracusa Città Educativa, alla dottoressa Rossana Geraci, a Simonetta e ai giovani incontrati, la cui freschezza di sguardo ha restituito senso e futuro alle parole.
La mia più profonda gratitudine – ha detto Di Tommaso – va a chi ha intessuto la trama di questa serata: la dottoressa Laura Fazzina, che ha moderato l’incontro con il garbo con cui ci ha guidato; i relatori prof.ssa Luciana Formica, il dott. Giuseppe Lonero e don Arturo Grasso, per la densità dei loro interventi; e le lettrici prof.ssa Delia Catania, Antonella Faraci e Nunzia Genovese che con la loro voce hanno dato un corpo e un cuore alle pagine. E ancora Salvatore Bisicchia, prezioso compagno di strada, e Alessandro Calabrò, che ha catturato l’esatta geometria delle nostre emozioni.
Il cerchio degli affetti si è stretto poi attorno alle radici: un pensiero colmo di luce ai genitori Salvatore e Nunziatina, gratitudine ai figli Nicolò e Rachele, al fratello con sua moglie e ai nipoti, al cugino Micalef. E poi gli amici Antonio Di Chiara, Salvatore Gaglioti, Giovanni Germano e Gaetano Liistro, la Comunità di Belvedere, i colleghi della stampa e i Sindaci dei Comuni limitrofi.
Al centro del discorso, il cuore del libro: un uomo adulto che si siede accanto al bambino che è stato. Non per insegnare, ma per ritrovarsi e ascoltarsi.
”Spesso ci convinciamo che la maturità consista nel pianificare il futuro e rafforzare la corazza – ha spiegato l’autore. Ci lasciamo assorbire dall’efficienza e dai ruoli. Ma la voce più profonda ci riconduce all’origine. Ci chiede di andare a cercare il bambino che siamo stati”.
Un ribaltamento luminoso: l’adulto crede di dover proteggere il piccolo con la sua esperienza, e invece scopre che è il bambino a istruirlo, con la limpidezza del suo sguardo.
Come quel presepe di cui parla il testo, fatto di pietruzze aspre, muschio umido e casette modeste, dove ogni frammento cerca faticosamente il suo posto. Come le mani del padre saldatore, segnate dalla fatica e rese nere dal lavoro, ma giustamente definite “il pane della famiglia”, e come la madre, donna semplice e silenziosa che rendeva sacro l’ordinario.
Il momento più intenso quando Di Tommaso ha ricordato la confessione del piccolo Angelo: “Ho paura che un giorno la mamma muoia”. Il grido universale davanti al distacco. La risposta dell’uomo non è una facile consolazione, ma una consegna spirituale: “Ama ogni pranzo della domenica, ama ogni Natale, ama perfino i giorni che ti sembrano uguali, perché verrà un tempo in cui daresti qualsiasi cosa per viverne ancora uno”.
”Il dolore, quando nasce dall’amore, non va rimosso – ha concluso. Va attraversato, custodito come una cicatrice che attesta quanto abbiamo amato. Ma non deve mai irrigidirsi in amarezza. Dobbiamo imparare a perdonare la vita e a riconciliarci con le nostre fragilità”.

L’augurio finale: custodire lo sguardo puro, non perdere mai la capacità di stupirsi davanti alle piccole cose, e stringere ogni affetto come se fosse, insieme, il primo e l’ultimo della nostra vita.
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