di Mariateresa ZAGONE
MESSINA — Che cosa rende contemporanea un’opera d’arte? Non basta che sia stata realizzata oggi. La contemporaneità, quando coincide con una vera ricerca, riguarda il linguaggio, la consapevolezza e la capacità di trasformare materiali e memorie in strumenti per leggere il presente. È da questa domanda che prende avvio DICOTOMIA – Pratica viva, la mostra di Chiara Fronterrè (Marzamemi, 1981) e Roberta Guarnera (Messina, 1988), inaugurata ieri, 24 ottobre, alla Foro G Gallery di Ganzirri e visitabile fino al 7 novembre.
Il progetto mette in dialogo due oggetti profondamente radicati nella cultura materiale mediterranea: il tamburello e il telaio da ricamo. Strumenti legati a gesti quotidiani e a saperi femminili, spesso tramandati fuori dai luoghi ufficiali della cultura, diventano qui dispositivi di una ricerca che intreccia corpo, memoria e identità.
In Il ritmo della luna e del sangue, Roberta Guarnera interviene su sei tamburelli attraverso fotografia ibrida e innesti materici. La membrana dello strumento richiama la pelle e il corpo, mentre il riferimento al ciclo mestruale restituisce visibilità a una dimensione dell’esperienza femminile a lungo attraversata da silenzi e rimozioni. In Ciò che rimane, Chiara Fronterrè affida invece al ricamo, al filo e alla stratificazione dei materiali il compito di trattenere e rielaborare le tracce della memoria. Il punto non è ornamento, ma durata; il filo diventa legame tra ciò che permane e ciò che rischia di disperdersi.
A completare il percorso è la poesia dialettale inedita di Penelope Agata Zumbo, che amplia il dialogo tra parola, territorio e immaginario mediterraneo. Anche il dialetto, come il ricamo e il tamburello, non è presentato come un reperto del passato, ma come una lingua ancora capace di generare significati.
La tradizione, dunque, non viene celebrata in chiave nostalgica, è interrogata, trasformata, rimessa in circolo. Ed è proprio questa possibilità di produrre significati nuovi a rendere DICOTOMIA una proposta di ricerca contemporanea.
La questione non è soltanto artistica, ma anche culturale. In una recente intervista pubblicata dal Giornale dell’Arte, la sociologa Nathalie Heinich ha richiamato l’attenzione sul ruolo delle mediazioni nel sistema dell’arte contemporanea: parole, critici, gallerie e istituzioni contribuiscono a rendere una proposta artistica riconoscibile e comprensibile. La necessità di queste mediazioni, tuttavia, può diventare anche una barriera per chi non dispone degli strumenti per avvicinarsi a linguaggi meno immediati.
È una riflessione che interpella anche Messina, dove la ricerca contemporanea ha bisogno di occasioni di incontro più continuative e di un confronto pubblico capace di andare oltre la semplice segnalazione di eventi. Non si tratta di imputare alla città un rifiuto del nuovo, ma di chiedersi quali condizioni possano favorire la formazione di un pubblico curioso, informato e partecipe.
⁸In questo senso, l’esperienza della Foro G Gallery di Ganzirri, da sei anni a questa parte, assume un significato che supera i confini delle singole esposizioni. DICOTOMIA mostra come pratiche antiche possano diventare strumenti attuali di conoscenza e come la memoria, anziché essere conservata immobile, possa trasformarsi in ricerca. Perché l’arte contemporanea non chiede soltanto di essere guardata: chiede luoghi, parole e occasioni per essere incontrata e discussa.
Foto reperita dal web;








