Dalla rabbia per la perdita alla luce della fede: il cammino di Gaetano

di Claudia GIBILISCO

Ci sono libri che si leggono con calma, lasciando il tempo alle pagine di sedimentare. E poi ci sono quelli che, una volta aperti, non si riescono più a lasciare.

Nel nome di mia madre, nel segno della mia fede è uno di questi. L’ho iniziato quasi senza sapere dove mi avrebbe condotta quella lettura e, pagina dopo pagina, mi sono ritrovata completamente immersa nella storia di Gaetano. A un certo punto mi sono accorta che non riuscivo ad alzarmi dalla sedia: volevo arrivare alla fine. Non per curiosità, ma perché sentivo il bisogno di accompagnare quel ragazzo, e poi quell’uomo, lungo il suo cammino.

La storia nasce da una ferita profondissima: la perdita della mamma Anna, morta il 16 settembre 1997, a soli cinquant’anni. Gaetano allora ne aveva appena quindici. Quindici anni sono un’età nella quale si dovrebbe avere davanti soprattutto il futuro. Invece, per Gaetano, il futuro sembra improvvisamente interrompersi. Il dolore per quella perdita diventa rabbia, smarrimento, chiusura. Persino Dio diventa, per un tempo, qualcuno contro cui rivolgere le proprie domande e la propria sofferenza.

Ed è proprio qui che il libro acquista una forza particolare. Perché non racconta un dolore visto da lontano. Lo attraversa. E lo fa senza nasconderne le contraddizioni, le cadute, la fatica di andare avanti.

Ma non voglio raccontare troppo. Perché una delle bellezze di questo libro è proprio quella di scoprire, insieme a Gaetano, come la vita possa aprire strade che non avevamo previsto.

Ci sono incontri apparentemente casuali che forse casuali non sono. Ci sono persone che arrivano nel momento in cui ne abbiamo più bisogno. Ci sono amicizie capaci di restituire calore a un cuore che si era chiuso. Ci sono luoghi nei quali è possibile fermarsi, respirare e ritrovare lentamente se stessi.

E c’è soprattutto Dio. Un Dio che Gaetano inizialmente non riesce a comprendere, ma che, con una presenza discreta e paziente, continua a camminare accanto a lui.

È forse questo uno degli aspetti che più mi hanno colpita: la scoperta, maturata nel tempo, che Dio non era mai stato lontano. Anche quando sembrava assente. Anche quando il dolore impediva di riconoscerlo. Anche quando la rabbia sembrava avere cancellato ogni certezza.

Il libro non offre ricette per superare il dolore e non pretende di spiegare ciò che spesso non può essere spiegato. Offre piuttosto una testimonianza: quella di una vita che, attraversando una grande ferita, impara lentamente a trasformare il dolore in un cammino di fede e di speranza.

E il titolo diventa allora una chiave preziosa per entrare nella storia: Nel nome di mia madre, nel segno della mia fede. Una madre che continua a vivere nella memoria del figlio e una fede che, nel tempo, diventa segno, orientamento e presenza. Arrivata alle ultime pagine, ho avuto la sensazione che Gaetano non stesse semplicemente concludendo il racconto della sua storia, ma stesse consegnando qualcosa al lettore.

Un messaggio semplice, ma tutt’altro che scontato: non permettere mai al dolore di spegnere la tua speranza.

Ed è una frase che rimane. Rimane perché ciascuno di noi, in forme diverse, conosce il dolore, la perdita, lo smarrimento, le domande senza risposta. E forse proprio per questo questa testimonianza può parlare a persone molto diverse: a chi vive un lutto, a chi attraversa un momento difficile, a chi ha messo Dio in discussione, ma anche a chi semplicemente ha bisogno di ricordarsi che una strada può riaprirsi anche quando sembra non esserci più.

Per questo consiglio di leggere questo libro. Ma soprattutto consiglio di viverlo senza farsi raccontare troppo. Lasciate che siano le pagine a farvi incontrare Gaetano, Anna, le persone che hanno incrociato il suo cammino e quei piccoli e grandi segni attraverso i quali la vita, e la fede, possono sorprenderci.

C’è poi un motivo in più per sceglierlo. Una parte del ricavato della vendita, una volta sottratte le spese, sarà destinata all’UNITALSI, trasformando così la lettura in un piccolo gesto concreto di solidarietà. Acquistare questo libro significa dunque entrare in una storia personale, lasciarsi interrogare dal dolore e dalla fede, ma anche contribuire a sostenere un’opera che accompagna tante persone nel loro cammino.

Io posso soltanto dire ciò che è accaduto a me: l’ho iniziato e non sono riuscita a fermarmi fino all’ultima pagina. Forse perché alcune storie non chiedono soltanto di essere lette. Chiedono di essere ascoltate. E questa, alla fine, lascia nel cuore una certezza: il dolore può segnare la nostra vita, ma non deve avere il potere di spegnere la speranza.

Articolo condiviso dal sito web www.siracusanext24.it

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