La dittatura dell’esibizione e il valore del pudore. Quando la dignità non ha bisogno di filtri di Claudia Gibilisco

Viviamo in un tempo in cui sembra che tutto debba essere mostrato, esibito, portato alla luce senza più alcun filtro. La televisione, i social network e perfino gli spot pubblicitari, che un tempo avevano il semplice compito di presentare un prodotto, oggi ricorrono sempre più spesso a immagini e messaggi che sfiorano il limite della decenza.

Non è una riflessione dettata dal moralismo o dalla nostalgia di un passato idealizzato. È, piuttosto, una domanda che nasce spontanea: abbiamo davvero bisogno di tutto questo? È davvero necessario ricorrere al corpo, all’allusione e alla provocazione per attirare l’attenzione e vendere un prodotto?

Sembra quasi che il pudore sia diventato un difetto, qualcosa di cui vergognarsi. Se qualcuno osa parlare di degrado culturale o di perdita del senso del limite, viene subito accusato di voler limitare la libertà. Ma la libertà autentica non coincide con il poter fare qualsiasi cosa. Ogni vera libertà ha bisogno anche di responsabilità, rispetto e consapevolezza.

Il pudore non è sinonimo di repressione. È il linguaggio del rispetto verso se stessi e verso gli altri, un valore umano che custodisce la dignità della persona. Come ricorda anche la riflessione antropologica, il pudore riguarda il senso del riserbo e dell’intimità, e non può essere ridotto a un semplice tabù culturale.

Esiste una bellezza che non ha bisogno di essere ostentata e una dignità che non necessita di provocare per essere riconosciuta.

Per noi cristiani questa riflessione assume un significato ancora più profondo. Siamo chiamati a guardare ogni persona con rispetto, ricordando che il corpo è dono di Dio, tempio dello Spirito Santo. Quando il corpo viene ridotto a semplice strumento per attirare l’attenzione o aumentare le vendite, si rischia di perdere il senso della sua sacralità e della dignità della persona.

Forse il problema non sono soltanto gli spot pubblicitari. Il vero rischio è l’assuefazione. A forza di vedere tutto, finiamo per non scandalizzarci più di nulla. E quando il cuore smette di interrogarsi davanti a ciò che vede, diventa sempre più difficile riconoscere il bene, il bello e il vero.

Non si tratta di invocare censure o divieti, ma di educare lo sguardo. Educare al rispetto, al pudore e alla dignità significa aiutare soprattutto le nuove generazioni a comprendere che il valore di una persona non si misura da quanto mostra di sé, bensì da ciò che custodisce nel cuore.

Forse è tempo di domandarci non soltanto che cosa stiamo guardando, ma anche che cosa stiamo insegnando ai nostri figli. Perché una società che perde il senso del pudore rischia, lentamente, di perdere anche il senso della dignità umana.

Claudia GIBILISCO

Foto dal Web;

Articolo condiviso dal sito web www.siracusanext24.it

Articoli collegati