Siracusa guarda Maria. Il pianto che interroga la Città: “Siamo ancora capaci di prenderci cura?”

Data 26 Agosto 2026

di Claudia GIBILISCO 

Il 29 agosto Siracusa torna a mettersi in cammino verso Maria. Si aprono i festeggiamenti in onore della Madonna delle Lacrime, uno degli appuntamenti più sentiti dalla comunità siracusana, capace ogni anno di oltrepassare i confini della devozione locale e di richiamare fedeli, pellegrini e visitatori da molte parti della Sicilia e d’Italia.

Per alcuni giorni la città sembrerà avere un unico punto verso cui volgere lo sguardo: quel volto di Maria dal quale, 73 anni fa, sgorgarono lacrime e che da allora è diventato per Siracusa un segno profondamente radicato nella sua storia e nella sua identità.

Attorno alla Madonna si ritroveranno tante realtà: parrocchie, associazioni, movimenti ecclesiali, confraternite, gruppi di volontariato, rappresentanti delle istituzioni civili e militari e numerose espressioni della società siracusana. Tra queste anche i Cavalieri del Santo Sepolcro, che come negli anni passati accompagneranno con la loro presenza alcuni momenti delle celebrazioni.

Ma la festa, prima ancora di essere un appuntamento nel calendario, può diventare una domanda.

Che cosa ci dicono oggi le lacrime di Maria?

È forse questa la domanda più difficile, perché una lacrima non è mai soltanto qualcosa da guardare. Una lacrima racconta un dolore, manifesta una sofferenza, chiede attenzione. E quando a piangere è una madre, quella lacrima assume un significato ancora più profondo.

Maria piange. E davanti a quelle lacrime non possiamo limitarci alla commozione.

Possiamo chiederci se sappiamo ancora riconoscere il dolore che ci circonda.

Piangono tante madri per i figli che non riescono più a comprendere. Piangono famiglie divise, persone sole, anziani dimenticati, giovani disorientati, uomini e donne che combattono ogni giorno battaglie che spesso nessuno vede. Piangono coloro che hanno perso qualcuno e coloro che, pur avendo qualcuno accanto, sperimentano comunque una profonda solitudine.

E piange anche un mondo che sembra aver fatto dell’indifferenza una forma di difesa.

Forse è proprio qui che la devozione può trasformarsi in qualcosa di più grande.

La Madonna delle Lacrime non ci chiede soltanto di entrare in un santuario, accendere una candela o recitare una preghiera. Ci invita a lasciarci interrogare. A capire che quelle lacrime non possono essere separate dalla vita concreta degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Maria, nella fede cristiana, non trattiene mai lo sguardo su di sé. Lo conduce sempre a Gesù.

Anche le sue lacrime possono allora diventare una strada: dalla commozione alla conversione, dalla preghiera alla responsabilità, dalla contemplazione di una sofferenza al coraggio di farsene carico.

È questo forse il significato più attuale di una festa che coinvolge un’intera città.

Perché Siracusa non dovrebbe soltanto celebrare Maria. Dovrebbe anche imparare, guardandola, a diventare una città capace di accorgersi di chi soffre.

Una città che non si gira dall’altra parte.

Una città che sa ascoltare.

Una città nella quale la solidarietà non rimanga una parola pronunciata nelle occasioni solenni, ma diventi un gesto quotidiano.

E in questo senso anche la presenza, accanto a tante altre realtà, dei Cavalieri del Santo Sepolcro richiama un elemento essenziale della fede cristiana: il dolore della Croce non è mai separato dalla speranza della Risurrezione. È una verità che appartiene al cuore stesso del cristianesimo e che può parlare anche alla nostra vita.

Perché le lacrime non sono necessariamente il segno della sconfitta.

A volte sono l’inizio di uno sguardo nuovo.

La lacrima di una madre può diventare una preghiera. Una preghiera può diventare un gesto. E un gesto d’amore può cambiare, anche solo un poco, la vita di qualcuno.

Forse è questo che Siracusa dovrebbe portare con sé nei giorni della festa.

Non soltanto il ricordo di un evento straordinario, ma la capacità di fermarsi davanti al dolore. Non soltanto la bellezza delle celebrazioni, ma la responsabilità di ciò che quelle celebrazioni suscitano nel cuore.

Il 29 agosto si aprirà una festa. Ma sarà anche un’occasione per guardare Maria negli occhi. E davanti a quel volto che piange, forse la domanda non sarà soltanto: «Perché Maria piange?»

Sarà piuttosto: «Noi, davanti alle lacrime degli altri, siamo ancora capaci di piangere, di ascoltare e di prenderci cura?» Forse è proprio da questa risposta che può cominciare il vero significato della festa.

Foto dal Web;

Articolo condiviso dal sito web www.siracusanext24.it

Articoli collegati