di Claudia GIBILISCO
Un dialogo davanti al presepe, tra le ferite dell’esistenza, la riscoperta delle proprie radici e la luce delle persone amate.

Ci sono libri che si leggono per conoscere una storia e altri che, pagina dopo pagina, ci accompagnano dentro la vita di chi li ha scritti, fino a farci riconoscere qualcosa della nostra stessa esistenza. L’uomo che parlava al bambino, di Angelo Di Tommaso, appartiene a questa seconda categoria. È una narrazione davvero straordinaria della propria vita, raccontata attraverso una forma originale e delicata: il dialogo tra un uomo e un bambino.
La scrittura è discorsiva, scorrevole, e la lettura procede con naturalezza. Eppure, dietro questa apparente semplicità, si nasconde una curiosità che accompagna il lettore fino all’ultima pagina: quale sarà la risposta del bambino alle domande dell’uomo? E che cosa saprà rispondere, a sua volta, l’uomo alle domande del piccolo interlocutore? Perché, se inizialmente potremmo immaginare che sia l’adulto a guidare il dialogo, scopriamo presto che spesso è proprio il bambino a porre le domande più profonde, quelle capaci di arrivare là dove le parole degli adulti, talvolta, non riescono più a giungere.
Il dialogo si svolge quasi sempre davanti a un presepe. Non è soltanto uno scenario suggestivo, ma diventa lo spazio in cui prendono forma gli stati d’animo dell’autore. Il bambino sistema e colloca le statuine, attribuendo loro significati che rimandano alle persone più care, a cominciare dal papà e dalla mamma. Ogni figura sembra trovare un posto non soltanto nella rappresentazione della Natività, ma anche nel cuore e nella memoria dell’uomo. Così il presepe si trasforma in una sorta di specchio dell’anima, dove gli affetti, le emozioni e le ferite della vita trovano un modo semplice e autentico per manifestarsi.
È proprio questa delicatezza a rendere particolarmente commoventi i dialoghi che attraversano la vita dell’autore. Vicende, ricordi e dolori vengono ripercorsi attraverso lo sguardo disarmante di un bambino, capace di avvicinarsi alle realtà più difficili senza il peso delle sovrastrutture degli adulti. Il bambino non giudica, ma domanda; non pretende di avere tutte le risposte, ma aiuta l’uomo a guardare dentro di sé. E, quasi senza accorgersene, lo accompagna verso una comprensione più profonda della propria storia.
Il libro nasce dal desiderio di parlare del padre e, successivamente, della madre, persone che non sono più presenti fisicamente, ma che continuano ad abitare la vita dell’autore. È un ritorno alle radici familiari, agli insegnamenti ricevuti, alle esperienze che hanno contribuito a costruire la sua identità. Ma non è un semplice esercizio di memoria. È un confronto sincero con ciò che è stato, con le scelte compiute, con gli errori riconosciuti e con quelle ferite che, per molto tempo, possono sembrare impossibili da rimarginare.
Ed è qui che la narrazione rivela uno dei suoi significati più profondi. Ci sono dolori che inizialmente si vorrebbero soltanto dimenticare, perché ricordarli significa riaprire ferite e rivivere momenti che hanno lasciato segni profondi. Si arriva persino a non volerli più nominare, nella speranza che il silenzio possa proteggerci. Ma il tempo, insieme a un paziente lavoro interiore, può condurci verso una consapevolezza diversa: il dolore non viene cancellato, né perde necessariamente il suo peso, ma può essere accolto e guardato con occhi nuovi.
L’accettazione diventa allora una soglia da attraversare. Non significa giustificare tutto ciò che è accaduto, né fingere che certe esperienze non abbiano fatto male. Significa riconoscere la propria storia senza rimanerne prigionieri. A quel punto, il ricordo non è più soltanto una ferita da evitare, ma può diventare una presenza con cui imparare a convivere, fino a ritrovare, accanto alla commozione, anche la gioia per ciò che si è ricevuto e vissuto.
La memoria cambia così il suo volto: non trattiene l’uomo nel passato, ma gli permette di portarlo con sé nel presente. I volti amati, gli insegnamenti, gli errori e le esperienze diventano parte di un cammino di maturazione. L’uomo che emerge da questo dialogo è più consapevole di sé, delle proprie fragilità e delle scelte compiute. Non è un uomo che ha dimenticato, ma qualcuno che ha imparato a guardare la propria vita con maggiore verità.
In questo percorso, una luce particolare è rappresentata dai figli, Nicolò e Rachele. Nella loro presenza si apre una prospettiva nuova: la vita non si esaurisce in ciò che abbiamo vissuto, né si ferma davanti alle nostre cadute. Continua attraverso coloro ai quali trasmettiamo qualcosa di noi, non soltanto nei legami di sangue, ma soprattutto nei valori, negli affetti e negli insegnamenti che lasciamo in eredità.
Nicolò e Rachele diventano così una luce bellissima nella quale l’autore può specchiarsi. Nei figli riconosce la prosecuzione più bella della propria esistenza, la possibilità di guardare al futuro senza rinnegare il passato. È come se il cammino compiuto, con le sue gioie e le sue sofferenze, trovasse in loro un nuovo significato. Ciò che è stato non rimane chiuso in una stagione ormai trascorsa, ma continua a generare vita, amore e speranza.
L’uomo che parlava al bambino ci consegna, dunque, una riflessione che va oltre la vicenda personale di Angelo Di Tommaso. Ci invita a interrogarci sulle nostre radici, sulle persone che ci hanno formati, sui dolori che ancora facciamo fatica ad accogliere e sulla possibilità di riconciliarci con la nostra storia. Ci ricorda che diventare adulti non significa smettere di ascoltare il bambino che è in noi, ma ritrovare quella voce semplice e sincera che sa porre domande essenziali e guardare la vita senza nascondersi dietro le apparenze.
Forse, alla fine, il dialogo più importante è proprio quello che ciascuno di noi è chiamato a intrattenere con se stesso: un dialogo fatto di memoria, verità e accettazione, nel quale anche le ferite possono trovare un posto e trasformarsi in consapevolezza.
Perché non sempre possiamo cambiare ciò che abbiamo vissuto, ma possiamo imparare a viverlo diversamente. E quando il dolore trova spazio nell’accettazione, il ricordo può smettere di essere soltanto nostalgia e diventare gratitudine. È allora che comprendiamo come la vita, pur attraversata da prove e cadute, continui a fiorire nei legami che custodiamo e nell’amore che sappiamo trasmettere.
Claudia Gibilisco
Foto reperita dal web








