Don Raffaele Aprile: “Siracusa, dove il mare impara a parlare”

Siracusa, dove il mare impara a parlare

Siracusa non si visita, si ascolta.
È una città che ha la voce bassa, come chi ha visto troppo per urlare. Sta lì, appoggiata al mare Ionio, con i piedi nell’acqua salata e la fronte tra le rovine greche, come se ogni pietra ricordasse un nome che non vuole dimenticare.

Qui il tempo non scorre lineare. Si stratifica.
Sotto i tuoi passi c’è l’eco dei carri greci, il sussurro dei filosofi nell’Agorà, il canto dei cristiani nelle latomie trasformate in chiese. Archimede disegnava cerchi nella sabbia mentre i romani preparavano le navi. E oggi un bambino corre con il gelato in mano sullo stesso selciato. La storia non è in un museo a Siracusa. È per strada, si impiglia nei capelli, ti entra negli occhi quando guardi il tramonto su Ortigia.

Ortigia è il cuore battente, un’isola dentro l’isola.
Stradine strette dove il bucato steso da un balcone all’altro sembra voler cucire il cielo con la terra. La Fonte Aretusa, con i suoi papiri che si specchiano nell’acqua dolce, è un miracolo ostinato: la leggenda di una ninfa che fugge e diventa sorgente, e ancora oggi resiste al sale del mare. È Siracusa intera, questa: la dolcezza che non si lascia corrompere dall’amaro.

E poi c’è il mare.
A Siracusa il mare non è sfondo, è protagonista. È azzurro profondo al mattino, bianco di spuma a mezzogiorno, oro liquido la sera. Ha il rumore delle onde che battono contro i bastioni e il silenzio delle barche ormeggiate che sanno aspettare. Ti insegna che si può essere forti senza smettere di essere accoglienti. Che si può portare dentro il sale di mille tempeste e continuare a riflettere il cielo.

Qui la fede ha un nome e un volto.
Santa Lucia cammina ancora per queste strade, giovane e ostinata, con la luce negli occhi che nessuno ha potuto spegnere. E a pochi passi, la Madonna delle Lacrime ricorda che anche Dio piange con noi: una lacrima che scende su creta e diventa consolazione, segno che il dolore non è l’ultima parola. Sono due presenze che tengono insieme Siracusa, tra martirio e tenerezza, tra sangue versato e lacrime versate.

C’è qualcosa di sacro in questa luce.
La luce di Siracusa non illumina soltanto, svela. Fa emergere le crepe, i colori sbiaditi, la polvere sui capitelli. Non nasconde nulla. Eppure tutto sembra più bello, perché è vero. È la luce del Mediterraneo, quella che ha visto nascere dei e poeti, e che ancora oggi accende la pietra calcarea di un calore quasi umano.

Vivere Siracusa è fare pace con la contraddizione.
È bellissima e scrostata, antica e vivissima, sacra e profana. Ti parla di rovine e rinascita nello stesso respiro. Ti dice che nulla va perduto davvero: ciò che cade diventa fondamento per qualcosa di nuovo. Come il Duomo, che è un tempio greco diventato chiesa, diventato casa di tutti.

Andartene da Siracusa è difficile, perché ti lascia addosso un desiderio.
Il desiderio di rallentare, di guardare più a fondo, di credere che anche le nostre ferite, come le sue colonne spezzate, possano diventare parte di una bellezza più grande.

Siracusa non ti promette l’eternità.
Ti promette qualcosa di meglio: un istante in cui senti che il tempo, l’arte, il mare e l’uomo stanno dicendo la stessa cosa. E per un momento, stai ad ascoltare.

Buona strada, se decidi di andarci. Porta silenzio nelle scarpe e spazio negli occhi. Il resto te lo darà lei.

don Raffaele APRILE

Link: https://youtu.be/GJ_IjKAyYYA?is=kKQp4-by8GcAOcK1

Immagine reperita sul web;

 

Articolo condiviso dal sito web www.siracusanext24.it

Articoli collegati