di Claudia GIBILISCO
Ci sono luoghi che non sono semplicemente luoghi. Sono pagine della nostra vita, spazi nei quali abbiamo imparato, incontrato persone, fatto progetti e, senza rendercene conto, siamo diventati grandi.
Per molti siracusani l’Istituto Rizza è uno di questi luoghi.
Quelle aule hanno accolto generazioni di studenti, hanno ascoltato voci, risate, interrogazioni, sogni e anche qualche inevitabile paura davanti a un compito o a un esame. Per chi, come me, ha frequentato quelle aule, sapere che la scuola si trasferisce non può essere soltanto una notizia da registrare distrattamente.
È un cambiamento che tocca la memoria.
La città cambia, questo è inevitabile. Cambiano le esigenze, cambiano gli edifici, cambiano le modalità di vivere gli spazi pubblici e soprattutto cambiano le necessità di una scuola. E ogni cambiamento, quando nasce dall’esigenza di migliorare i servizi e offrire agli studenti ambienti più adeguati, merita di essere guardato con attenzione e, possibilmente, senza pregiudizi.
Ma davanti al trasloco dell’Istituto Rizza una domanda, forse inevitabile, resta sospesa: era davvero necessario trasferire la scuola?
Non è una domanda polemica. È una domanda che nasce dalla storia e dall’affetto che tanti cittadini nutrono verso quel luogo.
Perché quando si interviene su edifici che hanno attraversato decenni della vita di una comunità, non si dovrebbe guardare soltanto alla loro funzione presente. Occorrerebbe interrogarsi anche sul loro valore storico, culturale e affettivo.
Un edificio scolastico non è fatto soltanto di muri. È fatto delle persone che lo hanno abitato.
Generazioni di studenti hanno lasciato lì una parte della propria giovinezza. Molti saranno tornati, negli anni, davanti a quelle facciate con la sensazione di rivedere, anche solo per un istante, il ragazzo o la ragazza che erano stati.
E allora il rischio è che, nel nome di una città che giustamente deve rinnovarsi, si finisca per perdere lentamente quei luoghi che aiutano la città stessa a ricordare chi è stata.
Modernizzare non significa necessariamente cancellare.
Forse la vera sfida sarebbe proprio questa: riuscire a coniugare le esigenze del presente con la memoria del passato. Capire se un luogo possa essere adeguato alle nuove necessità senza perdere la propria identità. E, quando un trasferimento diventa inevitabile, interrogarsi su quale futuro dare allo spazio che viene lasciato.
Perché un edificio vuoto non dovrebbe diventare semplicemente un edificio dimenticato.
Il Rizza, prima ancora di essere una scuola, è stato un pezzo della storia quotidiana di Siracusa. Una storia fatta non di grandi monumenti o di eventi celebrati nei libri, ma di migliaia di vite normali. Ed è proprio questa memoria collettiva, forse, che meriterebbe di essere custodita.
La città ha bisogno di cambiare. Ma ha anche bisogno di ricordare.
Ogni generazione aggiunge qualcosa alla città che riceve e, inevitabilmente, ne modifica il volto. È il corso naturale delle cose. Ma il progresso non dovrebbe costringerci a scegliere tra futuro e memoria.
Dovremmo poter avere entrambi.
Per questo il trasferimento dell’Istituto Rizza non può essere soltanto raccontato come un semplice trasloco. È un’occasione per aprire una riflessione più ampia su come Siracusa guarda ai propri luoghi, alla propria storia e alla propria memoria.
E forse sarebbe bello che, prima di chiudere definitivamente quelle porte, qualcuno si fermasse ad ascoltare ciò che quelle mura hanno ancora da raccontare.
Perché dentro quelle aule non ci sono soltanto banchi e registri.
Ci sono generazioni di siracusani. Ci siamo noi. E c’è una parte della storia della nostra città.
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