di Claudia GIBILISCO
La Chiesa ha bisogno di mani.
Mani che preparano, che sistemano, che accolgono, che aiutano. Mani che si mettono a disposizione quando c’è qualcosa da fare e che, spesso, lo fanno senza attirare l’attenzione.
Ma insieme alle mani, la Chiesa ha bisogno anche di esempi di fede vissuta, di persone che con la loro vita sappiano trasmettere ciò in cui credono.
In ogni comunità ci sono tante presenze preziose. Alcune sono molto visibili, altre quasi non si notano. C’è chi anima, chi organizza, chi parla, chi insegna e chi, semplicemente, arriva in silenzio e si mette al lavoro.
Sono tutti modi diversi di donarsi.
E forse proprio qui possiamo riscoprire la bellezza del servizio cristiano: non importa quanto siamo visibili, ma con quanto amore ci mettiamo a disposizione.
A volte può capitare anche a noi di raccontare ciò che abbiamo fatto, magari perché abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti, oppure semplicemente perché desideriamo condividere una fatica, un impegno, qualcosa che ci è costato tempo ed energie.
È umano.
Ma il Vangelo ci invita, poco alla volta, a fare un passo in più: imparare a servire anche quando nessuno vede, quando nessuno ringrazia e quando quello che abbiamo fatto non viene ricordato.
Non è facile.
Tutti, in fondo, abbiamo bisogno di sentirci apprezzati. Tutti abbiamo bisogno, qualche volta, di una parola di gratitudine.
Ma c’è una gioia ancora più profonda: quella di sapere di aver fatto qualcosa di buono senza aspettarci necessariamente qualcosa in cambio.
È il servizio vissuto nella semplicità.
E questo vale per tutti noi.
Perché la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto faccio per la mia comunità?”
Potremmo chiederci anche: “Il mio modo di vivere aiuta gli altri ad avvicinarsi a Cristo?”
La testimonianza, infatti, non passa soltanto dalle parole.
Passa dal modo in cui trattiamo una persona, dal modo in cui affrontiamo un momento difficile, dalla capacità di chiedere scusa, dal saper lasciare spazio agli altri, dal gioire quando qualcun altro fa qualcosa di bello.
Passa anche da gesti semplicissimi, che forse ci sembrano troppo piccoli per essere importanti.
Un sorriso può fare la differenza.
Un “buongiorno” detto con il sorriso al sacerdote che incontriamo può diventare un piccolo dono. Una parola gentile, una disponibilità, un momento di ascolto possono regalare incoraggiamento proprio quando non sappiamo quanto ce ne sia bisogno.
Anche i nostri sacerdoti hanno bisogno di sentirsi accompagnati.
Possiamo sostenerli anzitutto con la preghiera, affidando al Signore il loro ministero, le loro fatiche, le loro solitudini e le responsabilità che portano.
Ma possiamo sostenerli anche con la nostra presenza: una presenza che non giudica, che non pretende, che non pesa, ma che sa ascoltare, comprendere e amare.
A volte non serve trovare la parola giusta. Basta esserci.
Basta far sentire a un sacerdote che non è solo, che accanto a lui c’è una comunità che prega, che sostiene, che cammina insieme.
Anche questo è servizio.
E forse è uno dei servizi più belli: custodire le persone che il Signore ci ha affidato, imparando a vedere oltre ciò che appare.
C’è chi sa organizzare, chi sa ascoltare, chi sa pregare con gli altri, chi sa lavorare con le proprie mani, chi sa stare vicino a una persona sola, chi riesce ad accogliere un volto nuovo.
Nessun servizio è troppo piccolo quando nasce da un cuore sincero.
Per questo dovremmo imparare anche a riconoscere e ringraziare quelle persone che magari non fanno rumore, ma che con la loro presenza rendono possibile tanto bene.
E, allo stesso tempo, lasciarci educare dal loro esempio.
Non per sentirci migliori, ma per domandarci: “Anch’io, nel mio piccolo, cosa posso donare?”
La Chiesa non ha bisogno che tutti siano protagonisti.
Ha bisogno che tutti, secondo le proprie possibilità, si sentano parte di una famiglia e siano disposti a dare una mano.
Perché una comunità cresce quando le persone non si chiedono soltanto cosa possono ricevere, ma anche cosa possono donare.
E forse il segreto sta proprio qui: fare il bene con semplicità, lasciare che siano i nostri gesti a parlare e permettere che la nostra vita renda credibile la nostra fede.
Non sempre servono grandi parole.
A volte basta una mano tesa.
Una porta aperta.
Un po’ del nostro tempo.
Un sorriso.
Un “buongiorno” sincero.
Una preghiera per chi porta sulle proprie spalle una responsabilità.
Una presenza discreta accanto a chi ha bisogno di essere ascoltato.
Un servizio fatto con amore.
Sono questi piccoli gesti, ripetuti ogni giorno, che costruiscono una comunità e rendono visibile il volto di una Chiesa che non vuole mettersi al centro, ma desidera semplicemente essere, nel suo piccolo, segno dell’amore di Cristo.
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