di Claudia GIBILISCO
C’è una grande libertà che il Vangelo ci insegna lentamente: imparare a gioire del bene degli altri. Non è sempre così semplice.
A parole siamo tutti felici quando una persona viene valorizzata, quando riceve un incarico, quando viene apprezzata per ciò che fa, quando raggiunge un traguardo. Ma dentro di noi, qualche volta, può comparire una domanda silenziosa: “E io?”. È una reazione umana. Il confronto con gli altri fa parte delle nostre fragilità.
Eppure la fraternità comincia proprio quando impariamo a superare quel confronto. Il bene che viene riconosciuto a un’altra persona non diminuisce il nostro valore. La luce di un altro non spegne la nostra.
Ognuno ha ricevuto doni diversi, una storia diversa, una sensibilità diversa e un posto particolare nel cuore di Dio. Non siamo chiamati a vivere in competizione, ma a mettere ciò che siamo al servizio gli uni degli altri.
Nella comunità cristiana questo dovrebbe essere ancora più evidente. Non siamo chiamati a chiederci chi è più bravo, chi è più importante, chi viene ascoltato di più o chi riceve maggiori attenzioni. Siamo chiamati a domandarci come possiamo contribuire insieme al bene della comunità.
E allora imparare a dire sinceramente “Sono felice per te” diventa un atto di grande maturità cristiana. Essere felici perché un fratello o una sorella ha fatto qualcosa di bello. Ringraziare Dio per i talenti degli altri. Saper incoraggiare senza sentirsi messi in ombra. Saper riconoscere il bene senza pensare immediatamente a ciò che manca a noi. Sono gesti semplici, ma non sempre facili.
Perché dietro la difficoltà di gioire del bene altrui possono esserci tante cose: una ferita, un senso di esclusione, il bisogno di essere riconosciuti, la paura di non essere abbastanza.
E allora forse, prima di giudicare noi stessi o gli altri, dovremmo imparare ad avere misericordia anche delle nostre fragilità. Ma proprio lì possiamo lasciare che il Signore ci educhi. Ci insegni che non dobbiamo essere i primi per sentirci amati. Che non dobbiamo essere indispensabili per avere valore. Che non dobbiamo ricevere sempre un riconoscimento per sapere che ciò che facciamo è prezioso.
La vera fraternità non si costruisce quando tutti ricevono la stessa attenzione, ma quando ciascuno impara a essere felice del bene che nasce anche attraverso gli altri.
Pensiamo a una comunità: quante cose belle possono nascere quando ognuno mette a disposizione il proprio dono. Uno sa accogliere. Un altro sa ascoltare. Uno sa organizzare. Un altro sa pregare. Uno sa lavorare con le proprie mani. Un altro sa trovare una parola capace di incoraggiare.
Nessuno deve essere tutto. Abbiamo bisogno gli uni degli altri.
E forse è proprio questa la bellezza della Chiesa: non una comunità di persone perfette, ma una famiglia nella quale i doni di ciascuno possono diventare ricchezza per tutti.
Anche per questo dovremmo imparare a fare spazio. A lasciare che qualcun altro possa crescere. A incoraggiare chi comincia. A non avere paura quando una persona accanto a noi viene apprezzata.
Perché se davvero amiamo la comunità alla quale apparteniamo, non dovremmo chiederci soltanto: “Che posto ho io?”
Dovremmo anche chiederci: “Come posso aiutare l’altro a trovare il suo posto?”
Questo vale nella Chiesa, nelle famiglie, nelle amicizie, nel lavoro, in ogni relazione. Quando smettiamo di vivere l’altro come un concorrente e cominciamo a considerarlo un fratello, qualcosa cambia dentro di noi. E diventiamo più liberi. Liberi di applaudire. Liberi di incoraggiare. Liberi di dire grazie. Liberi di riconoscere il bene. Liberi, soprattutto, di gioire. Perché il bene dell’altro non ci impoverisce. Ci arricchisce.
E quando una comunità impara a gioire sinceramente per il bene che ciascuno riesce a compiere, allora quella comunità diventa davvero fraterna. Non perché tutti fanno le stesse cose. Ma perché tutti imparano a camminare nella stessa direzione.
Con un cuore capace di dire: “Il tuo bene è anche il mio bene. La tua gioia può diventare la mia gioia. E insieme possiamo essere dono gli uni per gli altri”.
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