Essere sacerdote tra i pellegrini non è “fare un turno”. È stare sulla soglia. Sulla soglia del Santuario, dove finisce la strada del mondo e comincia la strada di casa.
Il sacerdote è il primo volto di Chiesa che molti vedono quando arrivano stanchi, con la valigia della vita sulle spalle. Per questo l’accoglienza non è una parte del ministero: è il ministero stesso che si fa carne.
Accogliere un pellegrino è come accogliere Cristo che bussa di nuovo alla porta, come a Emmaus. Non sai chi è finché non spezzi con lui il pane della Parola, non sai cosa porta finché non ascolti la sua storia. E ogni storia è una lacrima che Maria raccoglie.
Il sacerdote sta lì, in mezzo: con una mano regge il Reliquiario, con l’altra regge il cuore di chi piange.
E l’amore per la Madonna? Non è una devozione in più. È la chiave di tutto. Un sacerdote che ama Maria impara da Lei l’arte di sparire per far spazio a Gesù. Come a Cana: vede il bisogno prima di tutti, crede che si può fare ancora qualcosa, e dice solo: «Fate quello che vi dirà».
L’accoglienza diventa così discreta, materna, senza protagonismi. Tu apri il cancello, Maria apre il cuore.
Alla fine della giornata i piedi fanno male, la voce è stanca, ma l’anima è in pace. Perché hai capito che non hai “servito al Santuario”. Il Santuario ha servito te: ti ha ricordato che essere prete significa soprattutto questo: stare in mezzo al popolo, come Maria stava in mezzo ai discepoli nel Cenacolo. Aspettando, pregando, amando.
E quando cala la sera e si spegne la lacrima di luce sulla cupola, capisci: tu sei solo un custode. La Madre fa il resto.
don Raffaele APRILE
Foto reperita dal web








