di Claudia GIBILISCO
C’erano una volta le botteghe. Quelle piccole, quelle sotto casa, dove si entrava per comprare il pane, il latte fresco, le uova, il sale. Ma, a pensarci bene, non si entrava soltanto per fare la spesa. Si entrava perché lì dentro c’erano persone che facevano parte della nostra quotidianità, volti familiari che finivano quasi per diventare parte della famiglia.
Da bambina, quando mia mamma mi mandava a fare qualche commissione, mi dava piccole somme di denaro. Voleva che imparassi a gestirle, a fare i conti, a capire quanto costava ciò che compravo. E io prendevo la mia monetina e andavo nella bottega di Via Piave.
Lì c’era una signora che per me aveva un nome semplicissimo: la lattaia.
Non ricordo il suo cognome. Forse non l’ho mai saputo. Ma ricordo lei, il suo volto, la sua gentilezza e quella familiarità che aveva con me e con la mia famiglia.
Andavo a comprare il latte, il pane, le uova, il sale. E qualche volta capitava che i soldi che avevo con me non fossero sufficienti per pagare tutto quello che mia mamma mi aveva chiesto.
Oggi, probabilmente, una cosa del genere ci sembra quasi impensabile.
Ma allora bastava una frase: “Non ti preoccupare. Se non ti bastano, domani me li porti.”
E io tornavo a casa con la mia spesa.
Non c’erano carte di credito, applicazioni, ricevute digitali o sistemi sofisticati per controllare il credito. C’era una cosa molto più semplice e, forse, molto più preziosa: la fiducia.
Quella signora si fidava di una bambina perché conosceva la sua famiglia. E quella bambina imparava, senza nemmeno rendersene conto, che la parola data aveva un valore.
La bottega era così. Era un luogo dove il commerciante conosceva il cliente, ma soprattutto conosceva la persona. Sapeva chi erano i suoi genitori, quanti figli c’erano in famiglia, magari conosceva le loro abitudini e le loro difficoltà. E il cliente, dall’altra parte, sapeva di poter contare su quella persona.
Non era semplicemente un rapporto tra chi vendeva e chi comprava.
Era una relazione.
E poi c’erano le altre botteghe, quelle che facevano parte della geografia sentimentale della nostra infanzia. A pochi passi dal palazzo dove abitavo c’era una merceria. Anche lì c’era una signora che, con il tempo, era diventata un volto familiare.
Entrare in una merceria allora significava trovare un piccolo mondo: fili, bottoni, nastri, elastici, cerniere, aghi e mille altre cose che oggi spesso cerchiamo altrove, magari con un clic sul telefono.
Ma soprattutto significava trovare qualcuno che sapeva consigliarti.
Le botteghe erano piccole, ma dentro custodivano una grande ricchezza: le relazioni umane.
C’era il saluto quando entravi, la parola scambiata, la domanda sulla mamma, il sorriso, qualche volta una battuta. E c’era quella confidenza che nasceva lentamente, giorno dopo giorno.
Oggi possiamo trovare quasi tutto in pochi minuti. Abbiamo supermercati enormi, centri commerciali, acquisti online e consegne direttamente a casa. È tutto più veloce, più comodo, più organizzato.
Eppure, qualche volta, mi chiedo che cosa abbiamo perso lungo la strada.
Abbiamo guadagnato comodità, ma forse abbiamo perso un po’ di quella vicinanza.
Nelle vecchie botteghe non eri un numero. Eri Maria, Giuseppe, la signora Rossi, la figlia della signora tale. E anche un bambino che arrivava con pochi soldi in tasca poteva sentirsi importante, perché dall’altra parte del bancone c’era qualcuno disposto a fidarsi.
La mia “lattaia” di Via Piave non sapeva che, tanti anni dopo, avrei ricordato ancora quella sua frase.
“Domani me li porti.”
Forse per lei era una cosa normale. Per me, invece, era una piccola lezione di vita.
Mi insegnava che si può avere fiducia negli altri. Che si può essere gentili senza chiedere nulla in cambio. Che una difficoltà momentanea non deve necessariamente diventare una barriera. E che anche un bambino può essere responsabilizzato attraverso un gesto semplice.
Chissà quante persone, a Siracusa, hanno un ricordo simile.
Una bottega, una merceria, un panificio, una latteria, una piccola alimentari. Un volto che magari non ricordiamo più con precisione, un cognome che abbiamo dimenticato, ma una gentilezza che è rimasta dentro di noi.
Forse è proprio questo il valore delle botteghe di una volta: non vendevano soltanto prodotti, vendevano anche fiducia, familiarità e senso di comunità.
E quando una vecchia bottega chiudeva, non abbassava semplicemente una saracinesca. Scompariva un piccolo punto di riferimento, un luogo in cui per anni si erano incontrate tante storie.
Oggi quelle botteghe sono sempre più rare. Alcune resistono ancora, altre hanno lasciato il posto ad attività diverse, altre sono rimaste soltanto nella memoria di chi le ha conosciute.
Ma basta una strada, un’insegna, un odore di pane o un ricordo improvviso per riportarle alla mente.
E allora viene da sorridere pensando a quella bambina che attraversava Via Piave con i pochi soldi dati dalla mamma, entrando nella bottega della sua “lattaia”.
Una bambina che forse non sapeva ancora che, molti anni dopo, avrebbe ricordato soprattutto non ciò che comprava, ma la persona che glielo vendeva.
È questa la nostalgia delle vecchie botteghe.
Non nostalgia soltanto per il pane, il latte fresco o le uova.
Nostalgia per un tempo in cui, per comprare qualcosa, bastava anche una moneta in meno. Perché dall’altra parte del bancone c’era qualcuno che si fidava di te.
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